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DOI 10.1708/3417.33996 Scarica il PDF (154,0 kb)
Riv Psichiatr 2020;55(4):201-212



L’ortoressia nervosa tra attenzione per la qualità dell’alimentazione e disturbi alimentari: criteri diagnostici e strumenti di valutazione

Orthorexia Nervosa between growing attention to food quality and eating
disorders: diagnostic criteria and evaluation tools


ELISABETTA ATZENI1, DANIELA CONVERSO1*, BARBARA LOERA2
*E-mail: daniela.converso@unito.it

1Scuola di Specializzazione in Psicologia della Salute, Dipartimento di Psicologia, Università di Torino
2Dipartimento di Psicologia, Università di Torino

RIASSUNTO. La letteratura sull’ortoressia nervosa (ON) si è sviluppata negli ultimi anni molto rapidamente, mettendo in evidenza gli aspetti “perversi” e paradossali del mangiar sano. In questa rassegna vengono esaminate le differenti accezioni di ON, le proposte di criteri diagnostici e di strumenti di valutazione, per concludere con le linee di ricerca più promettenti che potranno, se sviluppate, consentire di comprendere appieno la natura dell’ON, e individuare le possibili vie di intervento e prevenzione.

PAROLE CHIAVE: ortoressia, disturbi alimentari, alimentazione salutare.


SUMMARY. The literature on Orthorexia Nervosa (ON) rapidly grew in recent years, highlighting the perverse and paradoxical aspects of healthy eating. In this review, authors examine the different meanings of ON, the proposals of diagnostic criteria and evaluation tools, and the most promising research tracks that, if developed, will allow to fully understand the nature of ON, and therefore identify strategy for secondary and primary prevention.

Key words: Orthorexia, eating disorders, healthy food consumption.

INTRODUZIONE
La letteratura sull’ortoressia nervosa (ON) si è sviluppata negli ultimi anni molto rapidamente, mettendo in evidenza gli aspetti “perversi” e paradossali del mangiar sano.
L’ON può essere rappresentata come estremizzazione dell’attenzione per la qualità degli alimenti che, come ha ben descritto Pollan1 nel suo paradosso dell’onnivoro, nelle società occidentali –  quella statunitense in particolare – si è sviluppata in reazione alla diffusione di “cibo spazzatura”, contaminato, malsano, ipernutriente e dannoso per la salute. In tal senso, può essere interpretata come deriva di una strategia di coping rispetto alla paura per il cibo, elicitata dal “bombardamento” mediatico sulla bontà di alcuni alimenti “nuovi” ed estranei alla tradizione culinaria occidentale (papaya, zenzero, bacche di gogji, ecc.), e sulla nocività di altri che ci hanno invece accompagnato nella crescita (in primis, lo zucchero), come ricordato da McGregor2.
L’ON può altresì configurarsi come disturbo ossessivo e desiderio di controllo ancorato al cibo e alla purezza degli alimenti, o come Disturbo del Comportamento Alimentare (DCA), parzialmente o più ampiamente correlato ad altre forme più note e tradizionali dei DCA, da cui differisce sicuramente per la focalizzazione, che riguarda la qualità e non la quantità del cibo3.
I principali danni fisici e psicologici connessi all’ON sono rappresentati dai comportamenti ossessivi atti a tutelare la “purezza” della propria alimentazione, che possono raggiungere una pervasività e un’invasività così consistenti da compromettere la qualità di vita: dalla dilatazione del tempo dedicato alla pianificazione, scelta, preparazione e combinazione degli alimenti nella dieta, a scapito del tempo dedicato ad altre attività, alla malnutrizione dovuta all’esclusione di intere classi di alimenti per la loro presunta impurità, oppure dalla restrizione dei rapporti sociali ai soli che condividono la stessa attenzione/preoccupazione, sino a un vero e proprio isolamento sociale, alla compromissione, infine, della salute dei figli4.
In questa breve rassegna verranno esaminate le differenti accezioni con cui è trattata l’ON, le proposte di criteri diagnostici e di strumenti di valutazione, per concludere con le linee di ricerca più promettenti, che possono essere percorse e sviluppate per comprendere appieno la natura dell’ON, così da individuare le possibili vie di intervento e prevenzione.
Gli studi analizzati sono stati individuati all’interno della letteratura scientifica pubblicata tra il 1997 e il 2018, consultando i database PubMed, PsycINFO, Scopus e WOS, utilizzando come keyword “orthorexia nervosa”, nel title e/o abstract.
Dalla letteratura sono stati selezionati 51 studi su cui è stata effettuata una revisione critica dei contributi teorici e di ricerca focalizzati sul costrutto di ortoressia, evidenziando l’evoluzione dei criteri diagnostici (Tabelle 1-3), lo sviluppo degli strumenti di assessment (Tabelle 4-8), le stime di prevalenza e le comorbilità dell’ON (Tabelle 9 e 10).
IL COSTRUTTO DI ORTORESSIA
L’espressione “orthorexia nervosa” è stata introdotta per la prima volta nel 1997 in un articolo sulla rivista Yoga Journal da Steven Bratman5, medico americano specializzato in medicina alternativa.






Il prefisso ortho in greco antico significa “corretto”, mentre orexis indica l’appetito. Il termine viene così composto per descrivere la fissazione per un’alimentazione sana: l’ortoressia non è la ricerca di un programma dietetico per perdere peso o per migliorare il proprio stato di salute, bensì un’ossessione patologica per il consumo di cibi biologicamente puri e sani. Tale fissazione, che può nascere come semplice attenzione per una dieta sana, può degenerare in una forte preoccupazione circa le caratteristiche nutritive e organolettiche degli alimenti, che si consolida in un sistema di credenze alimentari quasi sempre auto-generato attingendo da fonti non ufficiali e/o facendo cherry picking delle evidenze cliniche sul legame cibo-salute, cibo-purezza, cibo-longevità. Il sistema di credenze include una parte normativa, che prescrive quali classi di alimenti sono “buoni”, quali i rivenditori affidabili, le modalità di preparazione adeguate, gli esiti di salute attesi.






Secondo la teorizzazione di Bratman
5-7, l’ON attraversa due tappe specifiche. La prima, descritta come “innocente” e “meritevole”, consiste nella scelta di consumare alimenti salutari, con lo scopo per esempio di curare una malattia cronica o mantenersi in salute. Questa scelta comporta un cambiamento delle proprie abitudini alimentari, generalmente differenti da quelle dell’infanzia e del proprio contesto culturale, e può richiedere un notevole sforzo. Mantenere il nuovo regime alimentare richiede una severa autodisciplina, ma al tempo stesso il fatto di riuscire a rispettare tale rigore aumenta l’autostima e promuove un senso di distanza e superiorità rispetto a quanti mangiano in modo disordinato o, peggio, consumano junk food (cibo spazzatura). Questo atteggiamento si può intensificare fino a diventare una vera e propria ossessione. Progressivamente aumenta il pensiero di cosa e quanto mangiare, insieme al timore delle conseguenze per le eventuali trasgressioni dietetiche. L’atto di consumare l’alimento puro assume connotazioni pseudo spirituali. Si parla, infatti, di “spiritualità della cucina” poiché la persona affetta da ON, in questo stadio, spende la maggior parte del suo tempo per pianificare, acquistare, preparare e consumare i pasti. Le rare ed eventuali trasgressioni dal regime dietetico auto-imposto generano forti sensi di colpa e comportamenti autopunitivi riparatori, quali restrizioni dietetiche via via maggiori.



L’interesse per il cibo sano costituisce comunque un prerequisito necessario per lo sviluppo dell’ortoressia a partire dal quale si concepisce una vera e propria ideologia, una sorta di “teoria”, complessiva e non soltanto alimentare, che finisce per esercitare un potere estremo e guidare completamente il comportamento
6.
È proprio tale spostamento del valore della vita al cibo, a cui è attribuito un ruolo eccessivo nell’organizzazione dell’esistenza, che rende l’ON un vero e proprio disturbo. L’interesse per il cibo sano certamente non è patologico, ma lo diventa quando trascende in pensieri ossessivi, comportamenti compulsivi, autopunizione, progressive restrizioni e altre dinamiche tipiche dei disturbi alimentari. Occorre inoltre tenere presente che l’adozione di regimi dietetici assoluti o privi di fondamento scientifico non indica necessariamente lo sviluppo di ON, mentre la persona ortoressica può passare facilmente da una “teoria dietetica” (crudista, senza lattosio, senza glutine, vegetariana, vegana, ecc.) all’altra, anche se caratterizzata da principi contrastanti rispetto al regime adottato in precedenza.















A partire dal lavoro originale di Bratman, molti altri autori hanno contribuito a definire il costrutto di ON. Tra questi, Donini
8, che parla di un “comportamento salutare fanatico” basato sia su un disturbo ossessivo-compulsivo di personalità sia su disturbi del comportamento alimentare, e Bag˘ci e Bosi9, che invece hanno posto l’accento sull’intensità del desiderio di consumare alimenti sani, definendo l’ON come un insieme di “atteggiamenti altamente sensibili nel comportamento alimentare”.
L’ON è posta al centro anche di alcune riflessioni di matrice sociologica: Nicolosi10 definisce infatti la società tardo moderna come “società ortoressica”. Secondo questa prospettiva, l’ortoressia nervosa rappresenta una risposta soggettiva e sociale all’interno di un quadro alimentare caratterizzato dall’incertezza: le paure alimentari sono l’espressione dell’affermazione sociale di una sindrome ansiosa che esprime il rapporto simbolico con il cibo e il corpo. Non si tratta solo della paura per una contaminazione fisica, ma anche per la perdita di una purezza simbolico-identitaria o etico-ideologica (per esempio, lo stile vegetariano): il cibo diventa oggetto simbolico che segna le appartenenze dei singoli, appartenenze che danno concretezza a specifici stili di vita o pratiche di consumo.
L’intreccio tra dimensioni di influenza socioculturale e psicologiche e la presenza quasi esclusiva del fenomeno dell’ON nella società occidentale sono ampiamente condivisi tra quanti si occupano di questo disturbo2,7,8,11,12, come recentemente confermato dallo studio di Suryna et al.13 in Olanda: i due terzi dei professionisti che si occupano di DCA interpellati dai ricercatori (psicologi, psichiatri, dietologi, fisioterapisti) hanno infatti affermato, sulla base della loro esperienza, che l’ON rappresenta un disturbo tipico della cultura occidentale, e che le influenze sui comportamenti tipici dell’ortoressia vengono veicolate per lo più da internet e dai social media14,15.
CRITERI DIAGNOSTICI E STRUMENTI DI VALUTAZIONE
Come accennato, diversi sono i criteri evidenziati in letteratura nel tentativo di identificare il disturbo ortoressico e distinguerlo da altri DCA. Moroze et al.16 ne individuano quattro (Tabella 1). Il primo identifica la preoccupazione ossessiva per il consumo di cibi salutari, fondata sulla loro qualità e gli ingredienti. Questo criterio può essere descritto da: timori legati al consumo di cibi ritenuti non sani; adesione a un regime alimentare non equilibrato dovuto a credenze circa la purezza del cibo; rigido evitamento di cibi che possano contenere conservanti, additivi, grassi o altri elementi considerati non salutari; eccessivo tempo dedicato all’acquisto, preparazione di cibi in base alla percezione delle loro qualità salutari; senso di colpa e timori in caso di trasgressione; intolleranza nei confronti di teorie alimentari diverse dalla propria; spesa economica eccessiva per l’acquisto di cibi ritenuti salutari.
Il secondo criterio indica che pensieri ossessivi sulla purezza del cibo compromettono lo stato di salute (malnutrizione) e il funzionamento sociale, scolastico o professionale. Il terzo criterio rimarca la differenza tra ON e disturbo ossessivo compulsivo o dalla schizofrenia. L’ultimo criterio indica infine che il comportamento non è giustificato dall’osservazione di una pratica religiosa o da problemi medici, come allergie alimentari o particolari condizioni cliniche diagnosticate.
Barthels et al.17 hanno invece identificato cinque criteri (Tabella 2): preoccupazione intensa e persistente per l’alimentazione sana; ansia ed evitamento di cibi non considerati sani; idealizzazione degli effetti benefici dei cibi sani sulla propria salute e presenza di rituali nella preparazione del pasto; compromissione della vita sociale o malnutrizione; possibile perdita di peso (specificando che le preoccupazioni del peso non sono un tratto dominante dell’ortoressia).
Bratman e Dunn hanno rielaborato le prime considerazioni di fine anni ’90, individuando successivamente due criteri fondamentali7: il primo indica un eccessivo focus sul cibo sano, dato dal seguire una specifica dieta o teoria alimentare; compromissione nelle relazioni interpersonali; calo ponderale come conseguenza e non come obiettivo del regime alimentare scelto. Le trasgressioni infondono paure esagerate di ammalarsi, sensazioni di non purezza, sensazioni fisiche negative, ansie e timori. Le restrizioni dietetiche aumentano via via nel tempo fino a escludere interi gruppi di alimenti. Il secondo criterio indica che il comportamento compulsivo e le preoccupazioni possono causare malnutrizione e compromissione della vita sociale, scolastica e professionale. Inoltre, l’immagine fisica, l’identità e la soddisfazione dipendono eccessivamente dai comportamenti alimentari sani.
Nel 2017, Bratman6 ha ulteriormente precisato che i criteri diagnostici per l’ON devono cogliere fondamentalmente la differenza tra uno stile di vita sano e la fissazione patologica per un’alimentazione pura, caratterizzata dal pensiero ossessivo e dal comportamento compulsivo. I criteri devono identificare anche la distinzione da altri disturbi del comportamento alimentare per quanto riguarda la presenza o meno di pensieri legati al peso. I criteri non dovrebbero poi fare riferimento a elementi specifici di una teoria alimentare in voga o attuale: le mode alimentari cambiano continuamente nel corso degli anni. Il criterio della spesa eccessiva per i prodotti non è infine ritenuto essenziale (Tabella 3).
Diversi sono altresì gli strumenti di indagine ideati per la diagnosi di ortoressia. Il primo in ordine di tempo è quello messo a punto da Bratman e Knight18, il Bratman Orthorexia Test (BOT): 10 domande, mai adattate per l’Italia, a cui rispondere in modo affermativo o negativo (Tabella 4). La presenza di almeno quattro risposte affermative è indice di ON. Lo strumento indaga le caratteristiche del costrutto che l’autore ritiene fondamentali, quali: il tempo dedicato a pianificare l’alimentazione, il focus sulla qualità del cibo rispetto al piacere e al gusto di mangiare, la compromissione della qualità di vita correlata all’adesione rigida a un’alimentazione sana, l’aumento dell’autostima ovvero il senso di colpa legato all’adesione o meno della dieta, l’isolamento sociale e la percezione di controllo totale.
La scala maggiormente diffusa e tradotta in più lingue è stata messa a punto in Italia da Donini et al.8,19. La batteria ORTO-15 (Tabella 5) è composta da 15 item, a cui rispondere mediante una scala di frequenza in stile Likert a 4 passi (sempre, spesso, qualche volta, mai). Gli item rilevano la presenza di un’abitudine ossessiva nella scelta, nell’acquisto, nella preparazione e nel consumo di cibi che le persone considerano salutari. Il test ha una doppia valenza: può essere impiegato con finalità di screening oppure per la formulazione della diagnosi, a seconda del valore soglia adottato e quindi della sensibilità e specificità individuate. Nel comporre gli item della scala sono state incluse anche alcune domande formulate nel BOT (domande 1, 3, 7, 8, 9, 10), apportando modifiche nel fraseggio, talora molto incisive. A titolo di esempio, l’item 10 di Bratman, che richiama l’appagamento del senso di controllo, è stato profondamente riformulato in “Si concede qualche trasgressione alimentare?”. La scala si propone di esplorare tre aree di contenuto: cognitivo-razionale (item 1, 5, 6, 11, 12, 14); clinica (item 3, 7, 8, 9, 15) ed emotiva (item 2, 4, 10, 13). Il calcolo dei punteggi avviene sommando le risposte di ciascun item, dove al valore 1 corrispondono caratteristiche ortoressiche, al 4 dei comportamenti nella norma. Gli item 2, 5, 8, 9 sono reverse, e dunque le loro risposte vanno riorientate prima della sommatoria. Le risposte agli item 1 e 13 sono ricodificate attribuendo un valore minore alle risposte estreme (1=mai, 2=sempre) e valori elevati a quelle intermedie (4=spesso, 3=talvolta), in base a un assunto clinico, secondo cui una persona ortoressica reagisce in modo polare al contenuto delle due affermazioni. Per definizione, il punteggio finale del test può variare tra 15 e 60 e il valore soglia, sotto cui stabilire la diagnosi di ortoressia, è stato stabilito dagli autori a <40.
Della scala ORTO esistono anche una versione a 9 in polacco20 e in tedesco21, e una a 11 item in turco22,25, ungherese23, inglese24 e spagnolo26, messe a punto eliminando item di volta in volta diversi.
Negli ultimi anni sono stati messi a punto nuovi strumenti nel tentativo di superare i limiti psicometrici in particolare della scala ORTO-15 e di individuare più precisamente contorni e prevalenza di questo “nuovo” comportamento patologico di restrizione alimentare.
Il primo tra questi è rappresentato dall’Eating Habits Questionnaire (EHQ), questionario messo a punto da un gruppo di ricercatori australiani e statunitensi27 composto di 21 item che indagano i comportamenti alimentari “salutari” (5 item: 1, 3, 5, 11, 21), le “sensazioni positive” nei confronti del cibo sano (4 item: 9, 12, 15, 19) e gli eventuali problemi legati a un regime di restrizione alimentare finalizzato a scegliere solo alimenti salubri (12 item: 2, 4, 6, 7, 8, 10, 13, 14, 16, 17, 18, 20). La scala, che prevede una scala di accordo 1-4, è stata finora utilizzata in pochi studi, tutti condotti nel continente australiano e negli Stati Uniti, non prevede punteggi cut-off che discriminino tra comportamenti patologici e non, ma è stata utilizzata al fine di discriminare tra ON e altri DCA28 (Tabella 6).
La seconda scala è la DOS, Duesseldorf Orthorexia Scale17,29, approntata in lingua tedesca e adattata soltanto per i contesti anglofoni30. Questo strumento ha finalità di screening degli aspetti comportamentali caratteristici dell’ortoressia, e si compone di tre sottoscale: “orthorexic eating behavior” (10 item) “avoidance of additives” (6 item) e “supply of minerals” (5 item). Le risposte sono espresse su una scala in stile likert a 4 punti, da “questo vale per me” (4) a “non vale per me” (1). Per definizione, il punteggio massimo che si può ottenere alle sottoscale è rispettivamente 40, 24 e 20. I punteggi più alti indicano la presenza di un comportamento ortoressico, e specificatamente un punteggio sulla sottoscala 1 uguale o maggiore di 30 è considerato un indicatore di ortoressia. Nella Tabella 7 è presentata la versione ridotta a 10 item e tradotta dagli autori in lingua inglese17,30.
Il terzo strumento proposto come superamento dell’ORTO-15 è la scala TOS (Teruel Orthorexia Scale) (Tabella 8), 17 item con modalità di risposta in stile likert a 4 punti (da per niente a molto d’accordo). Due ricercatori spagnoli31 hanno approntato la scala (inizialmente composta di 31 item e tradotta anche in inglese) con la finalità di identificare due fattori: ortoressia sana (healthy orthorexia - HeOr) e ortoressia nervosa (OrNe). La prima dimensione è indipendente da una condizione psicopatologica (item 1, 2, 3, 6, 7, 8, 11, 13, 15); la seconda valuta gli aspetti negativi di ordine sociale ed emotivo associati al tentativo di mantenere rigidamente un comportamento alimentare “sano” (item 4, 5, 9, 10, 12, 14, 16, 17). La scala è stata ulteriormente testata con la collaborazione di Barthels et al.32 in uno studio molto recente, che ha evidenziato buone proprietà psicometriche, la correlazione tra OrNe e affettività negativa e tra HeOr e affettività positiva, e rappresenta forse a oggi lo strumento più affidabile al fine di discriminare tra ON e comporamenti non patologici di attenzione alimentare.
L’ultimo strumento messo a punto in ordine di tempo è la Barcelona Orthorexia Scale (BOS), sviluppato anche in questo caso da ricercatori spagnoli33, che hanno sottoposto (metodo Delphi) 105 item a più di 50 esperti – psichiatri, psicologi clinici, nutrizionisti, dietisti – di 17 diverse nazionalità. Sono stati così identificati 64 item (disponibili in spagnolo e inglese) che, secondo il panel coinvolto nello studio, caratterizzano 6 dimensioni o aree di contenuto rappresentative dell’ON: il dominio cognitivo, quello emotivo, quello comportamentale, le conseguenze negative per la salute, le conseguenze negative di ordine sociale (lavorativo, accademico, ecc.). Il sesto cluster riguarda la diagnosi differenziale. Il processo di validazione della scala è ancora in corso*.
GLI STUDI DI PREVALENZA E CORRELAZIONE
Incertezza sui criteri e pluralità degli strumenti a disposizione rendono difficile la comparazione e la generalizzazione dei risultati ottenuti da una letteratura che si è rapidamente sviluppata a livello internazionale. Le Tabella 9 e 10 raccolgono i principali studi pubblicati negli ultimi anni, con l’indicazione di strumenti, punteggi di riferimento e popolazioni coinvolte.
Nella prima sono indicati gli studi basati sulla scala ORTO-15 (anche se in alcune applicazioni varia il numero di item e il cut-off); nella seconda le ricerche condotte per mezzo di altre scale. Sono stati inclusi in questo lavoro di rassegna tutti gli studi condotti per mezzo dello strumento ORTO-15 (o sue varianti) nell’arco di tempo considerato, e gli studi condotti per mezzo delle altre scale indicate nel paragrafo precedente con finalità diversa dalla mera validazione.
Sistematizzare i contributi scientifici dedicati all’ON permette di evidenziare gli ambiti di applicazione e i costrutti collegati che hanno ricevuto maggiore attenzione, nonché di riscontrare in modo immediato la preoccupante ambiguità dei risultati di prevalenza.
Lo strumento maggiormente utilizzato è indubbiamente la scala di Donini et al. ORTO-1519, tradotto e validato in diverse lingue. In alcuni studi, tuttavia, la composizione degli item risulta ridotta e il valore soglia adottato per la diagnosi di ON è variabile. I campioni di popolazione esaminata variano in termini di numerosità e composizione: si tratta di studenti universitari, medici, artisti dello spettacolo, partecipanti a corsi di yoga, dietisti, sportivi o atleti, adolescenti, popolazione generica o clinica, utenti di social (Facebook e Instagram).
In alcuni studi viene rilevata una differenza legata al genere8,21,22,34-38; in altri invece si sottolinea proprio l’assenza di influenza del genere nel rischio di ortoressia9,25,39,40,42-45. L’ortoressia risulta inoltre correlata all’età per Varga et al.23, Missbach et al.21, Almeida, Barba e Santos45 e Rudolph38, diversamente dalle conclusioni tratte ad esempio da Valera et al.40. Il livello di scolarizzazione è un ulteriore fattore sociodemografico associato ai comportamenti ortoressici negli studi di Donini et al.8, Depa et al.29 e Malborg et al.37, mentre per Missbach et al.21, Agopyan et al.25 e Almeida, Barba e Santos45 non vi sarebbe alcun rapporto tra ortoressia e titolo di studio.
Coerentemente con l’ipotesi che l’ON sia anche l’esito di un contesto sociale caratterizzato dal timore della contaminazione e dalla ricerca della “purezza”, alcuni studi si sono invece focalizzati sull’influenza del contesto sociale, dei mass media e dei social network9,39,46,47.
Una porzione rilevante di studi è dedicata ai fattori che più tradizionalmente vengono associati ai DCA, come l’attività fisica e lo sport estremo35,37,45. L’associazione tra Body Mass Index (BMI) e rischio di ON è confermata da molti ricercatori21,22,25,44,46-48, e viceversa esclusa da altri23,36,39,40. Ulteriori ricerche si sono inoltre concentrate sul rapporto tra ortoressia e immagine corporea24,41,42,45,49.
Molto interessanti per comprendere il rapporto tra ortoressia e DCA più noti sono gli studi di Bundros et al.46, Brytek-Matera et al.42 e Agopyan et al.25, che hanno rilevato anche il legame con i tratti ossessivi compulsivi e il dismorfismo corporeo. Analogamente, Barnes e Catalbiano24 hanno evidenziato il rapporto tra ortoressia, immagine del corpo, stile di attaccamento e autostima. Narcisismo e perfezionismo sono infine individuati come tratti compresenti ai comportamenti ortoressici da Oberle, Samaghabadi e Hughes44.
CONCLUSIONI
I contributi scientifici sull’ON sono cresciuti rapidamente e in modo esponenziale negli ultimi anni. Tuttavia, questa ricchezza di letteratura, a cui si affianca un proliferare di pubblicazioni divulgative, non esita in una altrettanto apprezzabile chiarezza: restano infatti molte incertezze circa l’eziologia, i fattori predisponenti e, soprattutto, non è condivisa una modalità di valutazione o di eventuale diagnosi del disturbo di ON.
Gli strumenti di valutazione, come si è visto, discendono da differenti operazionalizzazioni di cui testimoniano l’ambiguità relativamente all’intento diagnostico o di ricerca esplorativa. Per ciò che concerne per esempio le diverse versioni della ORTO-15, a oggi certamente lo strumento più utilizzato, la rivisitazione della numerosità degli item o dei cut off per stabilire la soglia oltre la quale intravedere un effettivo disturbo non sembra legata nella maggior parte dei casi a un’attenta indagine clinica, né a valutazioni di tipo psicometrico.
Per quanto concerne gli studi di prevalenza che utilizzano tale strumento, gli esiti più evidenti sono almeno tre. Anzitutto, nella maggioranza degli studi la prevalenza stimata è piuttosto elevata, e se per taluni contesti applicativi questo risultato può anche essere verosimile, perché si riferisce a popolazioni di per sé attente all’alimentazione (dietisti, ballerini, frequentatori di corsi di yoga, utenti di siti destinati all’alimentazione sana) piuttosto che affette da un disturbo dell’alimentazione diagnosticato, per altri contesti appare difficile da comprendere. In secondo luogo, le stime sono molto variabili, e oscillano anche di oltre 50 punti percentuali. Infine, l’adozione di un valore soglia di 35 (o inferiore nel caso di versioni ridotte dello strumento) produce stime decisamente più prudenti e molto diverse anche all’interno della stessa ricerca, quale la riduzione dal 70 al 20% circa nei campioni studenteschi, e dal 90-80% al 40-50% persino tra coloro di fatto attenti alle scelte alimentari e di benessere di corpo e spirito.
Promettenti sembrano le piste di ricerca battute dagli autori che negli ultimi tempi hanno avviato la riflessione sulla distinzione necessaria tra ortoressia sana e ortoressia nervosa, recuperando così il pensiero originario – recentemente ribadito – di Bratman, ma con lo sviluppo di strumenti più adeguati alla discriminazione tra i comportamenti nelle due condizioni. Lo sviluppo e l’adattamento anche per l’Italia di scale quali la TOS favorirebbero la comprensione di comportamenti legati a una tensione verso la ricerca di un’alimentazione “incontaminata”, che può contenere valenze identitarie e ideologiche, senza per questo provocare alcuna compromissione di salute o sociale, come invece avviene in un comportamento alimentare effettivamente psicopatologico.
La consistente attività teorica e di ricerca dedicata al costrutto di ON certamente evidenzia l’esistenza di un nuovo disagio psicologico specifico e invalidante collegato alle scelte alimentari. Altrettanto convincente è il fatto che le caratteristiche di questo disturbo ben si prestino a essere interpretate come un coping disfunzionale rispetto alla complessità delle attuali società: globali, multiculturali, con architetture sociali, economiche e istituzionali sempre più sofisticate e distanti, quando non puramente virtuali.
L’impegno profuso dei ricercatori non ha ancora portato a criteri clinici condivisi e sufficientemente specifici, tali da distinguere l’ortoressia da altri disturbi dell’alimentazione o della personalità già presenti nel DSM. In assenza di criteri diagnostici chiari, è certamente complicato formulare strumenti di misura standardizzati validi e attendibili.
In questo scenario, in cui la numerosità delle ricerche è l’unica cosa che non manca, l’incertezza di definizione e misura dell’ortoressia rende incerte soprattutto le azioni di contrasto e prevenzione, sebbene il disagio sia reale, come molti psichiatri e psicologi clinici che lavorano nei contesti istituzionali constatano nella loro attività.

Conflitto di interessi: gli autori dichiarano l’assenza di conflitto di interessi.
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