Stalking: un vecchio comportamento e un nuovo reato.
Riflessioni su undici casi accertati nel Distretto Giudiziario di Bari

Stalking: old behaviour new crime.
Reflections on 11 cases assessed in the judicial district of Bari

IGNAZIO GRATTAGLIANO1, ROSALINDA CASSIBBA2, ROMY GRECO2, ALESSIA LAUDISA2,
ANNAMARIA TORRES
2, ANITA MASTROMARINO3

1Sezione di Criminologia e Psichiatria Forense Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università di Bari
2Dipartimento di Psicologia, Università di Bari
3Consultorio Distretto 6, ASL di Bari

RIASSUNTO. Al di là delle specifiche definizioni di stalking, i comportamenti che generalmente vengono ricondotti all’interno di questo fenomeno possono essere classificati in tre categorie di azioni: 1) seguire (include frequentare luoghi di lavoro e casa, mantenere sotto sorveglianza e costruire delle coincidenze); 2) comunicare (per telefono, lettere, biglietti, graffiti, regali, e-mail e internet), ordinare beni e servizi da parte della vittima; 3) aggredire o esercitare violenza (minacce, molestie dirette alla vittima o a persone vicine alla stessa, danneggiamento di beni materiali, false accuse, violenze fisiche o sessuali). Il presente contributo si propone di trovare dei riscontri empirici ai dati suggeriti dalla letteratura scientifica di riferimento, con particolare attenzione agli studi di Mullen, Pathé, Purcell e Meloy, i quali hanno proposto una categoria diagnostica di tipo criminologico degli stalker, delineando le condotte da questi messi in atto. Si procederà quindi alla messa in evidenza di pattern comportamentali e caratteristiche fisiche e sociali, già postulate da questi Autori, e ritrovate nei molestatori assillanti considerati in questa ricerca casistica.

PAROLE CHIAVE: stalking, vittima, legami di attacamento, reato.


SUMMARY. Specific definitions aside, the behaviours that are generally associated with stalking may be classified into three categories of acts: 1) following (including showing up at the victim’s home and workplace, maintaining surveillance, and setting up coincidences); 2) communicating (by telephone, mail, leaving notes, graffiti, gifts, e-mail, and internet); including the ordering of goods and services in the victim’s name; 3) attacking or committing acts of violence (threats, direct harassment of the victim or of people close to the victim, damaging of personal goods, false accusations, physical or sexual violence). The work here presented proposes to find empirical confirmation of the data cited in the scientific literature with particular attention paid to the studies carried out by Mullen, Pathé, Purcell and Meloy who proposed a criminological diagnostic category for stalkers, delineating their behaviors . We go on to highlight patterns of behavior, as well as physical and social characteristics as postulated by these authors, and found in the molesters investigated in this study.

KEY WORDS: stalking, victims, attachment bonds, crime.

Introduzione
L’attuale definizione del reato di stalking è frutto della congiunzione di due categorie di comportamenti umani: una serie di attività che sono socialmente stigmatizzate e regolamentate in sede penale, e alcune sfumature comportamentali che, seppure in passato tollerate e non sanzionate penalmente, stanno sempre più diventando fonte di disagio in concomitanza con i cambiamenti avvenuti nei costumi sociali. Il confine tra un comportamento affiliativo accettabile, lo stalking e le molestie è, difatti, piuttosto ambiguo. Tali comportamenti spesso si manifestano all’interno di interazioni sociali che, seppure indesiderate, sono parte dell’esperienza quotidiana delle persone (1). Ulteriore ambiguità e confusione nella definizione del reato di stalking proviene dalla credenza secondo cui un po’ di perseveranza nell’inseguire il proprio partner sia spesso attesa e a volte persino desiderata dallo stesso. Per questa serie di ragioni, può risultare difficile differenziare certi comportamenti accettabili da altri visti come molestie assillanti o dallo stalking vero e proprio. Il termine stalking deriva dal verbo inglese to stalk, usato per descrivere la fase della caccia che precede l’uccisione della preda, e che è caratterizzata dall’inseguimento e dall’attacco da parte del predatore a danno della stessa.
La definizione di stalking è legata anche al contesto in cui le condotte contemplate da questo termine vengono osservate. Per esempio, esistono notevoli differenze tra le concettualizzazioni di stalking utilizzate nel campo clinico e di ricerca da quelle tipiche dell’ambito giuridico. In ambito clinico e di ricerca, diversi sono stati i tentativi di pervenire a una definizione dello stalking univoca e condivisa. Mullen et al. (1), riassumendo alcune delle più rilevanti definizioni (2,3), definiscono lo stalking come «una costellazione di comportamenti implicanti ripetuti e persistenti tentativi di imporre su un’altra persona comunicazioni o/e contatti, e che sono sperimentati come spiacevolmente intrusivi da questa creando apprensione e potendo essere compresi da un ragionevole individuo (l’uomo o la donna ordinaria) come la causa dell’essere diventati spaventati». Gli Autori sottolineano che comunque rimangono aperte due questioni: quante condotte intrusive sono necessarie per parlare di stalking, e quale livello è necessario perché le condotte intrusive siano in grado di provocare paura nella vittima. Su queste basi, gli Autori concludono che «lo stalking sta negli occhi dell’osservatore».
La varietà esistente in ambito clinico si ritrova parimenti in ambito giuridico, dove la determinazione del reato di stalking può variare anche considerevolmente da Stato a Stato. In ogni caso, gli elementi che accomunano le diverse definizioni disponibili sottolineano la necessità che le condotte siano intenzionalmente agite dal reo, che rappresentino una minaccia implicita o esplicita per la sicurezza della vittima, e che la vittima sperimenti uno stato di paura come conseguenza di queste condotte. Considerando le leggi antistalking vigenti negli Stati Uniti, emerge come lo stalking include condotte ripetute nel tempo (molti Stati esigono due o più episodi); violi il diritto personale dell’individuo alla privacy anche quando viene esercitato negli spazi pubblici (ristoranti, bar, internet point); è necessario provare che i comportamenti di minaccia e/o di paura siano considerati effettivamente come tali da una persona esterna ragionevole; e infine può non essere agito direttamente sulla vittima delle comunicazioni ma può anche implicare minacce contro amici, familiari, animali, proprietà o persone vicine alla stessa.
In Italia, le nuove norme antistalking introducono nel Codice Penale, con l’art. 612-bis, il reato di atti persecutori. L’introduzione del reato di stalking risponde all’esigenza di trovare una risposta giuridica efficace nei confronti di molestie “qualificate” che, per la continuità e il particolare accanimento con le quali vengono perpetrate, si concretizzano in una vera a propria forma di violenza psicologica, di entità tale da comprimere in maniera significativa la libertà di autodeterminazione del soggetto che le subisce. Tali condotte, pur rientrando spesso in corpi reato già sanzionati dal nostro ordinamento (molestie, ingiurie, percosse, disturbo alle persone), se perseguite singolarmente, non consentono un’efficace tutela del soggetto subente in quanto, per via dei limiti edittali molto bassi, non è possibile applicare misure cautelari.
Al di là delle specifiche definizioni di stalking, i comportamenti che generalmente vengono ricondotti all’interno di questo fenomeno possono essere classificati in tre categorie di azioni: 1) seguire (include frequentare luoghi di lavoro e casa, mantenere sotto sorveglianza e costruire delle coincidenze); 2) comunicare (per telefono, lettere, biglietti, graffiti, regali, e-mail e internet), ordinare beni e servizi da parte della vittima; aggredire o esercitare violenza (minacce, molestie dirette alla vittima o a persone vicine alla stessa, danneggiamento di beni materiali, false accuse, violenze fisiche o sessuali). Il reato di atti persecutori verrebbe inserito nella sezione terza del capo terzo del libro secondo del codice penale, tra i reati contro la libertà morale della persona.
La fattispecie proposta nel disegno di legge governativo incrimina chiunque «con condotte reiterate minaccia o molesta taluno in modo da: cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura, ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di persona al medesimo legata da relazione affettiva, ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie scelte ed abitudini di vita». La pena prevista per il delitto di atti persecutori è la reclusione da sei mesi a quattro anni. La struttura del reato regolata dal 612/bis c.p. è disegnata sulla falsariga del reato di violenza privata, già esistente e ubicato anch’esso nella sezione terza del capo terzo, in quanto posto a tutela del medesimo bene giuridico, la libertà morale della persona.
Ciò che differenzia gli atti persecutori dalla violenza privata è il fatto che le condotte devono essere “reiterate” e possono concretizzarsi non solo in atti minacciosi ma anche in atti molesti, e comunque sia non in atti violenti (fisicamente) come invece previsto nel caso di violenza privata. L’inclusione degli atti molesti nella fattispecie di atti persecutori non è di poco conto, in quanto comprende la maggior parte delle condotte di stalking (pedinamenti, telefonate nel cuore della notte, sms) altrimenti difficilmente provabili e perseguibili. La corrispondenza tra i due reati si rispecchia anche nel massimo edittale, fissato per entrambe le fattispecie in anni quattro. A causa del maggior disvalore degli atti persecutori, per questa fattispecie il minimo edittale risulta fissato in mesi sei.
Diffusione del fenomeno
Nel 1998 l’Istituto Nazionale di Giustizia Americano ha condotto il primo studio su larga scala che, per molto tempo, ha rappresentato l’unica ricerca nazionale sullo stalking, basata su un campione di 16.000 partecipanti americani. Tale studio considerava lo stalking come condotte dirette verso una persona specifica, caratterizzate dalla ricerca di vicinanza fisica o visiva, da comunicazioni non desiderate, da minacce scritte o verbali, e in grado di causare paura in una persona ragionevole. Dallo studio emerse che le donne erano le principali vittime di stalking, che gli stalker erano prevalentemente uomini (erano uomini il 94% degli stalker identificati dalle vittime donne e il 60% degli stalker identificati da vittime maschi); inoltre, l’8% delle donne (9,4 milioni) e il 2% degli uomini (2,3 milioni) erano stati vittime di stalking almeno una volta nella vita. La maggior parte delle vittime aveva avuto un rapporto di conoscenza con lo stalker (l’attuale o l’ex coniuge, convivente, fidanzato) e circa il 59% delle vittime donne e il 30% degli uomini avevano subito stalking da parte di un partner intimo. La durata delle condotte di stalking era stata di circa 1 anno in 2 casi su 3, di un periodo tra i 2 e i 5 anni in 1 caso su 4, e di più di 5 anni in 1 caso su 10. Statistiche simili allo studio appena presentato sono emerse nella British Crime Survey condotta nel 1998 e nel 2001. Spittzberg (4), confrontando i risultati di diversi studi condotti su larga scala nei tre continenti, ha trovato che dal 2 al 13% dei maschi e tra l’8 e il 32% delle donne sono stati vittime di stalking a un certo punto della vita. In Italia, un’importante ricerca di tipo epidemiologico sullo stalking è stata realizzata dall’ONS (Organizzazione Nazionale sullo Stalking) in collaborazione con il sindacato di Polizia CoISP, nel periodo 2001/2007, analizzando un campione di 9600 interviste distribuite in 16 diverse regioni. L’analisi dei dati ha evidenziato che circa il 20% della popolazione sia stata vittima di stalking, 80% delle vittime risulta essere di sesso femminile, e il 70% delle vittime ha manifestato conseguenze psico-relazionali spesso gravi. È interessante sottolineare che solo il 17% delle vittime ha denunciato la violenza subita, e che il 90% di queste viveva nella zona centro-nord dell’Italia. Lo stesso studio ha rilevato che il reato di stalking veniva consumato all’interno delle relazioni di coppia nel 55%, nei condomini nel 25%, sul posto di lavoro nel 15%, e infine in ambito familiare nel restante 5% dei casi.
Sfortunatamente, l’interesse per lo stalking è limitato alle nazioni occidentali. Infatti, non sono reperibili studi pubblicati sull’incidenza di questo fenomeno nelle altre parti del mondo, dove peraltro esistono forme brutali di condotte contro le donne.
Tipologie e caratteristiche degli stalker
Diversi sono stati i tentativi fatti per descrivere e classificare le tipologie di stalker; tuttavia, nessuno di questi trova consenso unanime tra gli studiosi. Alcuni autori propendono per una classificazione basata sulle caratteristiche psicopatologiche prevalenti (5-7), altri privilegiano le caratteristiche della relazione stalker-vittima (8) o si soffermano sull’uso della violenza (9) e sulla motivazione (10). Mullen et al. (11,12), a tal proposito, hanno sviluppato un sistema di classificazione multiassiale in cui il primo asse prende in considerazione primariamente la motivazione dello stalker, il secondo la precedente relazione con la vittima, e il terzo distingue tra soggetti psicotici e non. A partire da questi tre assi, gli stalker vengono classificati in 5 gruppi distinti: 1) ricercatori di intimità; 2) rifiutati; 3) incompetenti; 4) risentiti; 5) predatori. Gli stalker appartenenti alla prima categoria, e considerati i più “resistenti”, tendono a inseguire qualcuno con cui hanno una relazione scarsa o del tutto assente, nella errata convinzione di essere amati o che inevitabilmente saranno amati dallo stesso; in tal modo, lo stalking appaga il bisogno di contatto e vicinanza e, nel frattempo, alimenta fantasie di una futura relazione d’amore. Gli stalker rifiutati si oppongono alla fine di una relazione intima mettendo in atto condotte finalizzate alla riconciliazione. Lo stalking, in questo caso, mantiene l’apparenza di contatto e di relazione continuata con la vittima. Gli incompetenti sono corteggiatori alla ricerca di un partner ma privi delle abilità socialmente accettate per iniziare una relazione. Questa incapacità li porta ad adottare metodi coercitivi, inappropriati e al peggio terrificanti. Tipico di questi soggetti è arrendersi facilmente e cambiare spesso target. Gli stalker appartenenti alla categoria dei risentiti rispondono a un insulto o a un danno percepiti con azioni finalizzate alla vendetta e rivendicazione. Lo stalking, quindi, è un atto di vendetta. Infine, gli stalker predatori tendono a ricercare la gratificazione sessuale e il controllo attraverso lo stalking. Generalmente, quelli appartenenti a questa categoria hanno dei precedenti penali e agiscono gravi violenze sessuali. Lo stalking, per questi individui, è la ripetizione delle proprie fantasie sessuali violente e una parziale soddisfazione di desideri sadici e voyeuristici.
I molestatori assillanti non sempre sono individui affetti da un disturbo mentale e, anche alcuni nei casi in cui siano presenti disegni persecutori che possono inserirsi in un contesto patologico, questa non è una conditio sine qua non per cui ciò accada. Non esistono, infatti, un disturbo o una sindrome in grado di spiegare il complesso pattern comportamentale dello stalking; è più corretto, quindi, considerare lo stesso come un comportamento. Porre l’enfasi sul comportamento piuttosto che sullo stato mentale è di grande utilità anche in ambito legale, in quanto non è un crimine pensare in modo ossessivo a qualcuno ma è un crimine agire sulla base di questi pensieri. Nonostante ci possano essere diversi dubbi circa la diffusione di psicopatologia tra gli stalker a causa di bias nel campionamento, uno studio condotto in Nord America su 1005 stalker, condotto estraendo informazioni dai fascicoli giudiziari, ha evidenziato come circa e metà dei partecipanti avesse una diagnosi psichiatrica e che 1 su 7 psicotici fosse affetto da psicosi nel periodo in cui aveva attuato le condotte di stalking (13). Statistiche simili sono emerse da altri studi che hanno individuato percentuali intorno al 40% e il 50% di stalker sofferenti di qualche forma di disturbo mentale (5,11). Non esistono categorie diagnostiche per lo stalking in sé; piuttosto, è utile distinguere tra stalker psicotici (Disturbo Asse I) e quelli con un grave disturbo di personalità o Disturbo Asse II (11,14). Gli stalker psicotici rappresentano una minoranza dei casi di molestie assillanti e quando agiscono prevalentemente su vittime di stalking sconosciute.
Stalking come ossessione
Meloy (15), sottolineando la centralità delle condotte di inseguimento e dei pensieri ossessivi che contraddistinguono questi individui, ha proposto la definizione di obsessional followers (inseguitori ossessivi) sostenendo che questa espressione sia la più adatta a una descrizione scientifica del fenomeno, in quanto sottolinea la centralità dei pattern comportamentali che lo caratterizzano (pedinare e aggirarsi intorno la vittima sono i comportamenti più comuni commessi dai molestatori), e perché fa emergere quella che sembra essere la componente cognitiva e motivazionale dello stalking, cioè le ossessioni. Alle volte le fantasie di questi soggetti vengono manifestate in un modo così appassionato e convincente da apparire reali persino agli organi giudiziari che conferiscono più attendibilità allo stalker che alla sua vittima. Molti persecutori pur avendo convinzioni irrazionali, mantengono una certa aderenza alla realtà: un persecutore potrà anche esser convinto che prima o poi riuscirà ad instaurare un rapporto con l’oggetto dei suoi desideri, anche in assenza di una relazione nel presente. Inoltre, questi pensieri e fantasie sulla vittima e sul rapporto con la stessa tendono a essere frequenti (visto che spesso gli stalker dedicano gran parte del loro tempo in attività connesse allo stalking), persistenti (visto che generalmente le condotte si protraggono per lunghi periodi di tempo) e intrusivi (dato che spesso sono gli stalker stessi a riferire di non poter far altro che pensare alla vittima e a come ricongiungersi con questa). È tuttavia importante sottolineare che al momento non sono molti gli studi numerosi che hanno approfondito le caratteristiche dei pensieri tipici degli stalker.
Cosa potrebbe provocare l’attivazione e l’iperproduzione di questo tipo di pensieri e fantasie negli stalker? Le dinamiche che caratterizzano lo stalking sono molto simili e ciò che Bowlby (16-20) descrive come ansia da separazione: una reazione negativa alla separazione dalla figura di attaccamento che implica comportamenti finalizzati a riottenere la prossimità di lui/lei. Questa perdita reale o minacciata può motivare l’individuo ad agire condotte fisicamente aggressive o altre azioni caratterizzate da attenzioni indesiderate al fine di prevenire l’abbandono da parte del partner o di ritornare insieme allo stesso (21,22). Kienlen et al. (6) conducendo uno studio su un piccolo campione di stalker detenuti hanno evidenziato che la maggior parte di questi aveva perso la persona principale che si prendeva cura di loro durante l’infanzia e aveva subito una perdita personale significativa nei 6 mesi precedenti l’inizio delle condotte moleste. Questi due eventi psico-sociali suggerirebbero il ruolo predisponente e precipitante della distruzione dei legami di attaccamento sulle successive condotte di stalking.
Vormbrock (22), nel sottolineare come gli adulti reagiscono alle separazioni a lungo termine in modo molto simile a quello dei bambini quando vengono separati dai loro caregiver, precisa però che sono particolarmente gli individui con stile di attaccamento insicuro a mettere in atto una varietà di condotte finalizzate a mantenere la prossimità del loro partner o degli ex partner che li hanno appena lasciati. Davis e Frieze (23) studiando l’associazione tra comportamenti di stalking, attaccamento, gelosia, controllo e separazione negli studenti del college hanno osservato che i punteggi di gelosia-rabbia erano più alti nei soggetti che avevano subito la rottura di una relazione rispetto a quelli che avevano proposto o erano d’accordo con la fine della relazione, suggerendo che quelli che non propongono la rottura trovano più difficile affrontare la separazione. La gelosia-rabbia inoltre agiva da mediatore nella relazione attaccamento ansioso e stalking. Meloy (24) sostiene che il pattern di attaccamento preoccupato è molto simile alle condotte di stalking e che l’attaccamento preoccupato è associato a emozioni instabili, organizzazione di personalità borderline e a pensieri ossessivi che sono tutti elementi tipici degli stalker che creano una generale disposizione personale a ingaggiarsi come molestatori assillanti. Infine, Ravensberg e Miller (21) basandosi sulla loro teoria evolutiva dello stalking sostengono che lo stile di attaccamento insicuro è mantenuto nelle successive relazioni da adulto e che quello preoccupato è lo stile maggiormente associato allo stalking.
Violenza e stalking
Molto spesso le condotte di stalking sfociano in episodi anche gravi di violenza fisica e/o sessuale sulla vittima. Un terzo di tutti i casi di stalking implica violenza fisica verso la vittima (4). Una rassegna di studi sugli stalker (26) ha messo in evidenza, a questo proposito, come il 48% di essi mettesse in atto minacce (solitamente di violenza o morte) e che, sulla base dei risultati prodotti da 74 studi, nel 29% dei casi gli stalker avevano aggredito le vittime mentre nell’11% dei casi erano sessualmente aggressivi. Tale violenza era a volte fatale (27,28).
Dall’analisi dei fattori di rischio associati alla violenza nelle situazioni di stalking, sembra che le situazioni di violenza fisica siano maggiormente presenti nei casi in cui lo stalker abbia avuto una relazione sessuale e intima precedente con la vittima (13,29). Questo dato potrebbe essere spiegato, come sopra esposto, ipotizzando che lo stalking rappresenti una risposta impulsiva allo sconvolgimento emozionale che accompagna la forte distruzione del legame di attaccamento dove un tempo esisteva una relazione intima (16). Sembra, inoltre, che lo stalking sia prevedibile a partire da alcuni comportamenti messi in atto dallo stalker già durante la relazione con la vittima, quali, per es., la violenza domestica, la gelosia e la dominazione del partner. Nello specifico, uno dei fattori di rischio dello stalking successivo alla fine di una relazione è proprio la presenza di aggressioni fisiche durante la relazione stessa (30-36). Rosenfeld (37), oltre a evidenziare la maggiore probabilità che si verifichi violenza nel corso di stalking quando una precedente relazione intima è caratterizzata da condotte violente, ha identificato anche altri fattori di rischio come l’abuso di sostanze, la presenza di minacce e disturbi di personalità. Il più avanzato lavoro nella predizione della violenza degli stalker è l’approccio regression tree sviluppato da Rosenfeld e Lewis (38). Attraverso l’utilizzo di un software, già utilizzato in ambito clinico, nel quale vengono elaborati dati reali e generati diversi sottogruppi, aventi diversa probabilità di violenza, tramite gli effetti di interazione delle variabili predittrici (38). Il modello più efficace individuato include 9 variabili: 1) età sotto i 30 anni; 2) livello di istruzione al di sotto della scuola superiore; 3) minacce precedenti verso la stessa vittima; 4) precedente relazione intima; 5) motivazione di vendetta; 6) disturbo psicotico; 7) disturbo di personalità; 8) storia di abuso di sostanze; 9) precedenti criminali.
Il presente studio si propone di verificare la presenza di specifici pattern comportamentali e caratteristiche socio-anagrafiche nel campione di stalker considerato e di indicare dei possibili piani d’intervento e prevenzione del fenomeno.
Materiali e METODI
Partecipanti
Il campione del presente studio è costituito da 11 autori di stalking di età compresa tra i 28 e i 62 anni (M=40; DS=10,4). Gli stalker erano tutti uomini e di nazionalità italiana, a eccezione di uno. Solo alcuni dei procedimenti penali dei partecipanti alla ricerca sono attualmente conclusi. La durata delle condotte persecutorie è un fattore essenziale per comprendere se si tratta di una condotta di stalking o meno. Dai fascicoli giudiziari è emerso che la durata di questi comportamenti messi in atto dai partecipanti alla presente ricerca oscillava tra i 2 e i 24 mesi (M=5,8; SD=3,9)
Procedura
I dati presentati in questa ricerca sono stati estrapolati esaminando i fascicoli giudiziari di 11 condannati per il reato di atti persecutori (stalking) art. 612/bis CP verificatisi nel distretto giudiziario di Bari dall’entrata in vigore dell’articolo di legge 612/bis (aprile 2009) sino a settembre dello stesso anno. I fascicoli sono stati analizzati tramite un’apposita griglia che ha permesso di garantire l’anonimato e, quindi, la non riconoscibilità ai protagonisti delle vicende. In particolare, sono state considerate alcune variabili demografiche, le forme di violenza esercitate, le caratteristiche e i rapporti con le vittime e la presenza di vittime secondarie.
RISULTATI
Data l’esiguità del campione, nel presente studio ci si limiterà a presentare i dati da un punto di vista descrittivo, evidenziando le caratteristiche peculiari del campione considerato.
Tutti gli stalker considerati nel presente studio erano di genere maschile, adulti, e 10/11 di nazionalità italiana. Dal punto di vista lavorativo, è emerso che 8 erano disoccupati, 2 godevano di una posizione lavorativa stabile e 1 era pensionato. Va precisato che comunque in diversi casi, le condotte di stalking hanno comportato la perdita dell’impiego o comunque difficoltà nel mantenere il posto di lavoro a causa dell’enorme carico di tempo che le attività di controllo della vittima richiedevano. Gran parte del campione (9/11 casi) risiede in piccoli centri della provincia barese e i restanti nella città di Bari. Considerando i precedenti penali degli stalker è emerso che 7 erano incensurati, 3 avevano precedenti penali per reati contro la persona (aggressioni fisiche perpetrate precedentemente verso la stessa vittima, e in 1 caso verso una ex partner diversa dalla vittima), e 1 aveva precedenti per contrabbando di merci non meglio specificate (traffico che si svolgeva tra l’Italia e l’Albania). Nella quasi totalità dei casi (10/11 casi) esisteva, al momento del reato o comunque in precedenza, una relazione sentimentale tra lo stalker e la vittima. In particolare, 5 erano ex coniugi o ex conviventi, 5 erano coniugi, conviventi o fidanzati e solo 1 caso esisteva una conoscenza di tipo occasionale, nata in ambito parrocchiale e sviluppata tramite frequenti contatti telefonici e incontri di persona anche al di fuori dell’ambito originario. In tutti i casi, comunque, lo stalker conosceva la vittima già prima del reato.
Analizzando le tipologie di violenza che hanno caratterizzato lo stalking va rilevato come in quasi tutti i casi (10/11) sia stata esercitata violenza fisica sulla vittima sotto forma di percosse, cadute provocate e calci; in 2 casi la violenza si è manifestata anche mediante l’utilizzo di un’arma da fuoco; e in 4 casi mediante l’utilizzo di un’arma da taglio. Considerando la violenza psicologica è emerso che nella totalità dei casi esaminati lo stalker aveva esercitato questo tipo violenza sulla vittima sotto forma di pedinamenti, appostamenti, persecuzioni telefoniche, aggressioni verbali e minacce di violenza fisica e/o di morte alla stessa o ai congiunti. La violenza sessuale è stata riscontrata in soli 4 casi in forma di costrizione a rapporti sessuali con minacce e violenza. In nessun caso comunque è emersa la costrizione alla prostituzione o a rapporti sessuali con terzi. Infine, 5 stalker avevano esercitato violenza economica sulle loro vittime prevalentemente sotto forma di abbandono economico e di controllo delle spese personali della vittima.
Dall’analisi dei fascicoli è emerso che, nella maggioranza dei casi, vigeva un rapporto connotato dal potere da parte del persecutore e quasi di sudditanza da parte della vittima che, colta dalla paura o dal desiderio di proteggere i suoi cari, cercava in tutti i modi di accondiscendere alle richieste anche irragionevoli dell’ex partner come, per esempio, in un caso, accogliendolo in casa e dandogli ospitalità a lungo termine o, in un altro caso, subendo ogni genere di violenza o minaccia in silenzio pur di proteggere la propria progenie dagli atti aggressivi e violenti del persecutore. Pur non essendo stata rintracciata nei fascicoli giudiziari alcuna informazione risalente al periodo infantile vissuto dall’autore, appare ben chiaro come il tentativo di abbandono o il sospetto di essere tradito e/o abbandonato abbia condotto alla strutturazione di veri e propri comportamenti persecutori culminati nella molteplicità dei casi anche in percosse e minacce rivolte alla vittima o ai suoi congiunti.
DISCUSSIONE
I risultati del presente studio sono in linea con quanto già emerso nella letteratura sullo stalking, ma consentono anche di approfondire la riflessione su alcuni aspetti piuttosto innovativi legati a questo fenomeno.
In quasi in tutti i casi considerati nel presente lavoro esisteva al momento del reato, o comunque in precedenza, una relazione sentimentale tra lo stalker e la vittima, e negli stessi casi sono state riscontrate gravi forme di violenza fisica, in alcuni casi esercitate anche con armi. Inoltre, in tutte le storie considerate, lo stalker esercitava violenza psicologica sulla vittima in forma di pedinamenti, appostamenti, persecuzioni telefoniche, aggressioni verbali e minacce di violenza fisica e/o di morte alla stessa o ai congiunti. Quindi in linea con la letteratura è emersa la stretta connessione tra l’esistenza attuale o passata di relazione sentimentale o intima tra vittima e stalker e il manifestarsi di condotte fisicamente aggressive da parte di quest’ultimo. Questo dato, come già ipotizzato, potrebbe essere spiegato ricorrendo alla teoria dell’attaccamento e in particolare alla presenza di particolari stili di attaccamento insicuro negli stalker che li renderebbero molto più sensibili alle minacce reali o presunte di rottura relazionale e molto più reattivi rispetto alle stesse.
Un altro aspetto interessante che sembra emergere dalla presente ricerca, anche se solo inferenzialmente, riguarda le possibili caratteristiche di contenuto dei pensieri degli stalker. In particolare, dall’analisi dei fascicoli è emerso che i temi di potere e controllo sono prevalenti nell’attività ideativa e comportamentale degli stalker. Infatti, nella maggioranza dei casi considerati nel presente studio, le vittime per paura o per il desiderio di proteggere i propri cari, arrivavano ad accondiscendere alle richieste anche irragionevoli degli stalker e ne subivano ogni genere di violenza o minaccia in silenzio. Inoltre, è emerso che l’ossessione per il controllo sulla vittima e sulla relazione con la stessa ha motivato una serie di condotte (come appostamenti, pedinamenti e in alcuni casi l’irruzione nella casa della stessa vittima), finalizzate a impedire alla stessa di abbandonarli in maniera definitiva. L’aspetto più critico di questi temi è dato da un’idea di possesso tanto palese quanto inalienabile che può, nei casi estremi, tradursi in omicidio: “Se non posso averti io, non potrà averti nessun altro”.
Alla luce dei risultati emersi e delle riflessioni avanzate, una prima indicazione che andrebbe ulteriormente approfondita riguarda i casi di violenza grave commessa nell’ambito dello stalking. Sarebbe opportuno, infatti, al fine di implementare interventi preventivi e garantire una maggiore tutela delle vittime di stalking, identificare i fattori di rischio specifici della violenza grave nei casi di stalking. Ciò consentirebbe di offrire valide indicazioni a tutti gli operatori che si trovano ad affrontare casi di stalking, finalizzati alla prevenzione del problema. In tale direzione si è già mossa una ricerca inglese (39), condotta su 1766 casi di stalking, che ha sviluppato uno strumento operativo (checklist) utile agli operatori chiamati a intervenire per identificare gli eventuali fattori di rischio, in un’ottica di prevenzione. In tal senso, si potrebbe valutare l’adattabilità di questo strumento al contesto italiano e l’integrazione di tale checklist in modo da renderla più rispondente alle caratteristiche del problema nel contesto italiano. Ciò consentirebbe, una volta individuati i casi di stalking, di procedere in maniera sistematica all’analisi delle caratteristiche dello stalker, della vittima e della relazione intercorrente tra i due soggetti. In Italia il tema del rischio di violenza associato allo stalking non è mai stato affrontato in maniera sistematica, e non esistono indicazioni specifiche utilizzabili dagli operatori. Un’attività di sensibilizzazione e d’informazione sia a livello generale, sia a livello di operatori si configura, infatti, come un passo necessario per costruire un bagaglio di conoscenze sullo stalking delle utili a progettare e implementare strategie efficaci di prevenzione.
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