Rivista di Psichiatria | Archetipi europei
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Riv Psichiatr 2018;53(4):220-221



Archetipi europei

A cura di Eleonora Del Riccio
Storica dell’arte
E-mail: eleonoradelriccio@gmail.com





Ernest Rober Curtius (1886-1956) – filologo romanzo, francesista, critico militante e professore all’Università di Bonn – aveva cominciato a pubblicare opere sulla cultura francese dalla seconda metà degli anni Venti dello scorso secolo. Negli anni Trenta invece, il suo interesse si era spostato verso la Germania (
Lo spirito tedesco in pericolo)1 e verso un progetto che l’avrebbe coinvolto per oltre un quindicennio: Letteratura europea e Medio Evo latino2.
Ad accelerare l’interesse di Curtius per la sopravvivenza dell’Antico, tema che ritorna nell’opera appena citata, aveva contribuito l’incontro con Aby Warburg (1866-1929) nel 1928 a Roma, in occasione di una conferenza tenuta dallo studioso amburghese alla Biblioteca Hertziana, nella quale venne esposto il progetto di alcune tavole dell’Atlante della Memoria3.
Letteratura europea e Medio Evo latino trattava la storia della cultura occidentale attraverso i tòpoi (τόποι) che, mediati dalla cultura latina, erano emersi nell’epoca medioevale e che caratterizzarono costantemente la produzione letteraria europea4,5. La ragione di quest’indagine era radicata nell’amara presa di coscienza della crisi che il vecchio continente stava attraversando in quegli anni.
Tuttavia, essendo Curtius uno studioso potenzialmente ottimista, l’obiettivo dell’opera era quello di mostrare la via per uscire da questa crisi e l’analisi dei cambiamenti storici che l’avevano determinata, ben sapendo che non era la prima volta che, nel vissuto dell’umanità, si erano verificati casi simili. Un analogo storico si poteva, infatti, rintracciare nella caduta dell’Impero di Roma e alla conseguente nascita di un nuovo periodo, convenzionalmente chiamato Medioevo.
Lo studioso sosteneva che solo avendo una cognizione storica unica dell’intera Europa, dal Mare del Nord al Mediterraneo, dall’Antica Grecia al Novecento, si può pensare di salvarla dalla crisi. In questo stato, l’Umanesimo assumeva un ruolo preminente, diventando la chiave per raggiungere lo scopo e quindi, se si vuole, “salvare il mondo”, con una frase di dostoevskiana memoria. Questa disciplina è quella che ha il dovere di salvaguardare lo spirito europeo nella sua autenticità e la cultura tradizionale, ormai corrotta dalla società dei consumi massificati.
L’unità dello spirito europeo si può riscontrare nella creazione poetica attraverso grandi motivi e leggende provenienti da un tempo lontano e originario. Tali tòpoi trovano un analogo negli archetipi junghiani, non solo per via della provenienza – legata a doppio filo all’antichità romana – ma anche perché hanno un valore collettivo6.
Il tempo letterario, osserva lo studioso, è composto di un tempo storico e di un tempo assoluto. Il primo è quello relativo dell’opera calata all’interno della linearità temporale, il secondo è quello del lettore. L’unione dei due forma il piano/senso storico dell’opera d’arte. Tale caratteristica è la stessa che condiziona l’autore a lavorare non solo con il presente, ma anche con la tradizione che lo precede e che viene faticosamente conquistata con il passare del tempo.
Così, i tòpoi intervengono per significare delle idee di carattere talmente generale da poter essere usate in qualsiasi discorso, sono disponibili a qualunque stadio di sviluppo dell’attività letteraria e artistica. Essi sono inoltre le parti ineliminabili del processo creativo. Trasportati dalla memoria nel corso del tempo, hanno permesso la sopravvivenza della letteratura e della produzione artistica: preservando la tradizione nella sua facies archetipica.
Si inserisce così l’analisi del leone stiloforo del Duomo di Modena, il primo edificio medievale a riportare un inserto scultoreo di questo tipo, largamente diffuso invece nell’architettura romana e più in là in quella rinascimentale e cinquecentesca7. L’uso scultoreo della figura leonina si ricollega con quanto evidenziato già da Curtius lì dove si attua una ricerca del felino nei testi medievali, ricerca molto ben sintetizzata da Boitani e Meneghetti. Il pretesto è dato da un’epistola di Pietro da Pisa, un poeta della corte carolingia, che parla del «sonno (che) coglie gli uomini ed i fulvi leoni», là dove questi ultimi sono la puntuale citazione dei fulvi leones di Ovidio (Eroidi, X, 85). I leoni poi arrivano anche in Europa Settentrionale, quando Adalberone di Laon lamenta che a seguito delle scorribande dei Saraceni, le reliquie dei Santi sono diventate preda degli uccelli e dei leoni, le stesse fiere di cui parla Achille e con le quali non è possibile stringere accordi: «non esistono patti affidabili tra i leoni e gli uomini» (Iliade, XXII, 262).
Si tratta di «stilizzazione epica, derivata dai modelli classici e biblici» dice Curtius, la stessa stilizzazione che darà un valore religioso ai leoni di pietra posti all’ingresso degli edifici di culto.
BIBLIOGRAFIA
 1. Curtius ER [1932]. Lo spirito tedesco in pericolo. Bologna: I Libri di Emil, 2015.
 2. Curtius ER [1948]. Letteratura europea e Medio Evo latino. Scandicci: La Nuova Italia, 1992.
 3. Spinelli I, Venuti R (a cura di). Mnemosyne. L’atlante della memoria di Aby Warburg. Catalogo della mostra (Firenze-Roma, 1998). Roma: Artemide Edizioni, 1998.
 4. Boitani P. La vera patria dei leoni. L’Indice 1993; 10: 4.
 5. Meneghetti ML. Il Linneo dei letterati. L’Indice 1993; 10: 5.
 6. Jung CG [1921]. I tipi psicologici. Torino: Bollati Boringhieri, 1969.
 7. Romanini AM. L’Arte Medievale in Italia. Firenze: Sansoni Editore, 1988.

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