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Riv Psichiatr 2017;52(6):258



Sulle bizzarrie dell’arte

A cura di Eleonora Del Riccio
Storica dell’arte
E-mail: eleonoradelriccio@gmail.com





La storia del collezionismo è ricca di appassionati che hanno deciso di esprimere i propri interessi artistici attraverso la raccolta di oggetti particolarmente bizzarri.
Le Wunderkammer, ovvero gli antichi gabinetti delle curiosità, erano stati creati appositamente per questo scopo: raccogliere ciò che di più singolare e misterioso, o addirittura proibito, il collezionista fosse stato in grado di accumulare nel corso della sua vita. Ed ecco allora che in moltissime stampe, soprattutto tra il XVI e il XVIII secolo, compaiono queste stanzine completamente tappezzate da animali impagliati, uova enormi, libri esoterici, reperti archeologici, conchiglie dalle bizzarre forme, pietre miracolose e metalli rarissimi.
Le gallerie ufficiali della nobiltà non avevano nulla a che vedere con questi piccoli ambienti segreti e accessibili solo a un limitato numero di adepti. Non solo Ferrante Imperato, di professione farmacista, ma anche numerose teste coronate possedevano un loro angolo in cui accumulare meraviglie e stranezze: Rodolfo II d’Asburgo a Praga, Francesco I a Firenze, Pietro il Grande a San Pietroburgo e molti altri.
Ciò che allora aveva convinto moltissimi collezionisti a tenere privata e al sicuro la propria raccolta di eccentricità era la consapevolezza non solo della qualità intrinsecamente discutibile degli oggetti, ma anche la considerazione che si trattasse di manufatti particolarmente preziosi e unici. In realtà, indubbiamente bizzarri per l’epoca, preziosi in diversa misura e discutibilmente unici soprattutto se si considera che la replica di opere era già una prassi nel ’500 quando Sassoferrato, un pittore noto principalmente per i soggetti mariani, continuava miracolosamente a dipingere gli stessi quadri anche dopo la sua morte.
D’altra parte, la bizzarria è un concetto del tutto relativo perché viene banalmente identificato in ciò che contravviene al gusto comune di un’epoca. E quindi se nel 1917 la Fountain di Marcel Duchamp era stata accolta con un solenne inno al “non” – non è un’opera, non è bella, non merita di essere esposta in un museo –, oggi le repliche dello stesso celebre orinatoio abbondano in molti musei.
Tutto questo costringe a interrogarsi su quali siano oggi gli equivalenti delle “stranezze” conservate nelle Wunderkammer e su quale possa essere la reazione che suscitano negli appassionati d’arte, negli scettici, in me. Per esempio, ricordo di aver dovuto chiedere a una collega storica dell’arte di spiegarmi il valore delle prime opere di Damien Hirst e, in particolare, di A Thousand Years (1990): un’opera nella quale una testa di vacca si decompone mentre decine di mosche nidificano larve nella carne putrefatta. Non so se è per via delle motivazioni soddisfacenti addotte dalla mia collega o perché effettivamente l’opera aveva un profondo significato a me sfuggito, ma mi sono ricreduta. Ricreduta a tal punto che ho accettato anche di buon grado il fatto che l’opera fosse stata comprata da Charles Saatchi, uno dei galleristi più famosi – e ricchi – della scena internazionale.
Poi però qualcosa è andato storto quando ho visto un uomo spendere 62.500 € per l’acquisto di una pelle di maiale coperta di tatuaggi infinitamente kitsch fatti da un artista. Avrei potuto chiedere nuovamente alla mia collega di provare a spiegarmi il valore dell’opera, ma ho capito che in fondo anche io sarei stata una di quelle persone che nel 1917 avrebbe pensato che mettere un orinatoio in un museo fosse inaccettabile.
bibliografia di riferimento
• Prete C. Sassoferrato Pictor Virginum: nuovi studi e documenti per Giovan Battista Salvi. Sassoferrato, AN: Istituto Internazionale di Studi Piceni, 2010.
• Thompson D. The $12 million stuffed shark: the curious economics of contemporary art. New York: St. Martin’s Press, 2012.
• http://www.damienhirst.com/a-thousand-years
• http://www.saatchigallery.com/aipe/damien_hirst.htm