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Riv Psichiatr 2017;52(4):174



Il pittore di fate assassino, Richard Dadd

A cura di Martina Giubila
Sapienza Università di Roma
E-mail: martina.giubila91@gmail.com





Richard Dadd è stato un pittore britannico, appartenente al periodo Vittoriano, noto per la rappresentazione di fate e di altri soggetti soprannaturali, scene orientali ed enigmatiche scene di genere, rese con dettagli ossessivamente minuscoli.
Nato a Chatham, nel Kent, era figlio di un farmacista. La sua attitudine per il disegno fu evidente già in tenera età e a vent’anni fu ammesso alla Royal Academy of Arts. Nel luglio del 1842 Sir Thomas Phillips, ex sindaco di Newport, lo scelse come suo disegnatore personale per accompagnarlo in una spedizione che avrebbe toccato la Grecia, la Turchia, la Siria meridionale e, infine, l’Egitto. Nel novembre dello stesso anno visitarono due settimane il Sud della Siria, passando da Gerusalemme alla Giordania e ritornando attraverso il deserto di Engaddi.
Verso la fine di dicembre, durante il viaggio sul Nilo in barca, Dadd subì un drammatico cambiamento di personalità, diventò delirante e sempre più violento, credendo di essere sotto l’influenza del dio egizio Osiride. Al suo ritorno in Inghilterra, nella primavera del 1843, fu dichiarato malato di mente e la sua famiglia pensò di portarlo a soggiornare per qualche tempo nel tranquillo paesino di campagna di Cobham, nel Kent. Nel mese di agosto dello stesso anno, Richard si convinse che suo padre era il diavolo sotto mentite spoglie: lo uccise con un rasoio tagliandogli la gola e fuggì poi in Francia. Sulla strada per Parigi tentò di uccidere un altro uomo che viaggiava con lui in diligenza, ma fu fermato e arrestato dalla polizia francese. Confessò l’omicidio del padre e, tornato in Inghilterra, fu rinchiuso nel reparto penale dell’ospedale psichiatrico di Bethlem.
Qui, e anni dopo presso l’ospedale di psichiatrico Broadmoor, fu curato e incoraggiato a continuare a dipingere. Si ipotizzava che soffrisse di una forma di schizofrenia paranoide.
In ospedale Richard Dadd dipinse molti dei suoi capolavori, tra cui il suo più celebre quadro The Fairy Feller Master Stroke (Il colpo da maestro dello spiritello), cui lavorò tra il 1855 e il 1864 e oggi esposto alla Tate Gallery di Londra. Inoltre, risalgono al 1850 trentatré acquerelli, intitolati Schizzi, che illustrano le passioni umane: il dolore, l’amore e la gelosia, così come la follia e l’omicidio. Come la maggior parte delle sue opere, queste furono eseguite su piccola scala e i protagonisti hanno lo sguardo fisso e sfocato. Dopo venti anni trascorsi nell’ospedale psichiatrico di Bethlem, Dadd fu spostato al manicomio criminale di Broadmoor, nei dintorni di Londra.
Rimase nei due manicomi londinesi per 42 anni – muore infatti il 7 gennaio 1886 – ma continuò a dipingere, spinto a farlo dai medici e seguito persino da quel mondo dell’arte e dei collezionisti che già lo aveva apprezzato prima della malattia. Indubbiamente è uno dei casi che hanno tenuto vivo in Inghilterra, nella seconda metà dell’Ottocento, il tema del rapporto tra arte e follia che in Italia aveva come sostenitore e teorico Cesare Lombroso.
Il caso Dadd è indicativo di quei pittori già affermati che diventano folli successivamente e continuano a dipingere, una categoria che si è voluto distinguere dai pittori che invece hanno iniziato l’attività artistica solo dopo la malattia e, in genere, nel manicomio.
Su questo tema, è interessante notare come nella pittura di Richard Dadd la tecnica non sia affatto mutata; ciò che invece muta considerevolmente è la “decostruzione” del naturalismo precedente, con l’aggiunta di oggetti (simboli) che trovano una collocazione incongrua. Si rileva talora una “sfrenata” immaginazione che mostra aspetti visionari e lo avvicina a William Blake. Inoltre, arriva all’horror vacui.
È comunque degno di nota che, dal punto di vista del percorso d’arte, i critici non hanno arbitrariamente declassato Richard Dadd in quanto malato, ma hanno giustamente parlato di tre periodi: il periodo giovanile, il periodo di Bethlem, il periodo di Broadmoore. È un esempio che si dovrebbe applicare in tanti altri casi di pittori che hanno frequentato i luoghi dell’internamento per disturbi della mente.
per approfondire
• Tromans N. Richard Dadd. The artist and the Asylum. London: Tate Publishing, 2011.
• Miller M. The fairy visions of Richard Dadd. London: Peter Owen Publishers, 2013.
• http://www.tate.org.uk/art/artists/richard-dadd-130
• https://www.theguardian.com/artanddesign/2011/sep/02/richard-dadd-fairy-king-byatt